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venerdì 2 luglio 2010

Damasco, tutto da rifare ?

Morgigni ha emesso 24 rinvii a giudizio per l’associazione mafiosa che operava al Mof
e otteneva favori in Comune. Ma ieri sera la Corte d’Appello lo ha ricusato per incompatibilità.


Quelli di Venanzio Tripodo, Riccardo Izzi, Antonio Schiappa, Franco e Pasquale Peppe, Igor Catalano, Alessio Ferri, Antonio D’Errigo, Vincenzo Biancho sono i volti, secondo le motivazioni del gup Aldo Morgigni, dell’associazione a delinquere di stampo mafioso nata a Fondi, tra il Mof e il Comune dai primi anni 90 e operante fino al 2008. A loro è contestato il 416 bis mentre restano in sospeso le posizioni di Carmelo Tripodo e Aldo Trani, per i quali il gup non ha potuto pronunciarsi per incompatibilità. In totale 24 su 38 indagati sono stati rinviati a giudizio prima che, ieri sera, la Corte d’Appello accogliesse le ricusazione di Morgigni inoltrata dai difensori. Insomma tutto potrebbe essere da rifare e paradossalmente sarebero tutelate solo le posizioni di Trani e Tripodo, rimasti fuori. D’altronde, tuttavia, il giudice non aveva vuto scelta a causa dell’imminente scadenza dei termini di custodia cautelare degli imputati. Ma tale è lo stato della giustizia. Il lavoro dell’autorità giudiziaria potrebbe essere cancellato e rifatto da zero.
Intanto, fino a decisione contraria, i rinvii a giudizio restano in piedi secondo la ricostruzione del gup ricusato. Per Morgigni l’associazione di stampo mafioso era promossa e diretta da Carmelo, Venzanzio Tripodo e Aldo Trani attraverso le ditte Lazio Net Service e Tripos Multiservizi che con la complicità dell’ex assessore ai lavori pubblici guadagnavano appalti e ricevevano pagamenti anticipati. Ma anche la Eurodis Giada e la Ortofrutta fr.lli Peppe che in realtà erano controllate dai fratelli Tripodo i quali al Mof avevano così ottenuto il monopolio del commercio. Così erano i ruoli: Tripodo, Catalano e Francesco Bianchi (nel frattempo deceduto) «intimidivano - si legge nel documento giudiziario - concorrenti e titolari delle imprese che entravano in rapporti di affari con le ditte riferibili ai Tripodo al fine di sottometterle, rafforzando così assoggettamento e omertà indotti dal sodalizio, anche utilizzando, quando necessario, soggetti collegati a cosche calabresi ed in particolare la cosca Romeo operante in San Luca», il cui rappresentante sul posto era Antonio D’Errigo. Quanto a Ferri era responsabile del traffico di stupefacenti, per lo più cocaina e hashish i cui proventi venivano reinvestiti nelle società locali, mentre Schiappa custodiva le armi provenienti dallo stesso traffico.
Questo era quanto accadeva al Mof. Sull’altro filone, ad aprire l’uscio del Comune a Tripodo e Trani era Riccardo Izzi al quale il sodalizio aveva assicurato il suo pacchetto di voti in cambio di favori. Questi si sono tradotti, dal 2005 al 2006, in illecite acquisizioni di appalti e servizi pubblici ottenuti anche grazie alle intimidazioni e ai collegamenti del sodalizio con la ndrangheta calabrese del clan La Minore.
Quanto ai dirigenti e funzionari comunali (tra cui Tommasina Biondino, Gianfranco Mariorenzi, Dario Leone, Pietro Munno e Serafino Stamegni) avrebbero acconsentito a dare la precedenza o a favorire le ditte e le pratiche segnalate da Izzi, senza tuttavia prendere parte al sodalizio.
Emerge anche la posizione, netta, dell’attuale sindaco Salvatore De Meo, allora assessore all’urbanistica, il quale, si legge nel documento firmato da Morgigni, sarebbe intervenuto in un’ occasione per impedire che i progetti di Izzi e dell’immobiliarista Massimo Di Fazio Peticone andassero in porto. I due stavano intralciando infatti la costruzione su un terreno edificabile ed in regola per obbligare il titolare a vendere il terreno ad un costruttore cliente di Peticone.
Accolta la richiesta a non procedere invece per l’associazione mafiosa nei confronti dei parenti prestanome dei fratelli Tripodo e di Trani, salvo comunque ritenerli responsabili di aver favorito le loro attività.
Morgigni aveva fissato l’inizio del processo al prossimo 20 ottobre. Ma ormai nulla è più certo. Almeno finché il tribunale di Roma non riuscirà a districare una matassa troppo intricata.

giovedì 25 marzo 2010

Terremoto pre-elettorale

«Vorremmo innanzitutto le scuse da parte di chi ha ripetuto, in modo irresponsabile, che “la mafia a Fondi non esiste”». È chiaro il messaggio di Maria Civita Paparello, candidata del centro sinistra al Comune di Fondi, dopo l’operazione Arcobaleno. Che in realtà, più che essere lanciato ai politici di opposizione è un monito agli elettori che tra tre giorni dovranno eleggere il nuovo sindaco. «L'indagine nasce a Fondi, riguarda immobili costruiti con concessioni edilizie rilasciate dal Comune, firmate dal dirigente Martino Di Marco, retribuito con uno stipendio annuo di € 91.990,000 (dato ricavato dal sito del Comune) e indagato per reati di competenza della Direzione Investigativa Antimafia. Il direttore dei lavori - prosegue la dichiarazione - è un noto professionista ed ex consigliere comunale, e prima ancora vice sindaco, della maggioranza di centro destra. Assessore all'urbanistica all'epoca dei fatti era Salvatore De Meo attuale candidato a sindaco del centro destra».
I chiarimenti a questo punto sono doverosi. «Chi come De Meo conosce i fatti - incalza la Paparello - ha l'obbligo verso tutti cittadini ed elettori di rendere pubblico l'intero iter diretto al rilascio della concessione edilizia e le eventuali attività di monitoraggio e controllo svolte dallo stesso De Meo in veste di assessore all'urbanistica». Lo spot elettorale è stato servito su un piatto d’argento a coloro che mirano a mettere in difficoltà il candidato del Pdl. Un’occasione allettante che non poteva sfuggire al centro sinistra sotto elezioni. Ma è anche l’occasione per De Meo di replicare. D’altronde nessun ex amministratore è indagato nell’operazione Arcobaleno. Ciò vuol dire che non è stata individuata alcuna responsabilità all’interno del Comune.
Nella polemica ci si infila pure il candidato alternativo al centro destra Franco Cardinale che propone l’istituzione di un Protocollo di legalità con la Prefettura di Latina e gli altri organi preposti alla prevenzione e alla repressione degli atti illeciti e dei fenomeni malavitosi. «La futura amministrazione afferma Cardinale - sarà altresì impegnata a richiedere agli organi preposti il potenziamento quantitativo e qualitativo delle dotazioni organiche delle forze dell’ordine e degli organi giudiziari, a sostenere l’innovazione delle modalità operative della polizia municipale».

Clan Mallardo, le sedi fondane

Due società immobiliari facenti capo alla famiglia Dell’Aquila avevano sede a Fondi. Si trattava di sedi strategiche, tenute nell’ombra, che servivano da osservatorio al clan sempre in cerca di buone occasioni per acquistare terreni o proprietà immobiliari. Investimenti necessari per mettere al sicuro il denaro proveniente per lo più dal traffico di stupefacenti.
Le hanno scovate i finanzieri della Compagnia di Fondi, diretta da Antonino Costa, che mercoledì sera hanno fatto irruzione al civico 51 di via Marzabotto, una traversa della via Appia lato Itri, nei pressi dell’incrocio con via Stazione e via Arnale Rosso.
I militari sapevano che a quell’indirizzo aveva sede la “Dell’Aquila Immobiliare” di Giovanni Dell’Aquila, arrestato mercoledì mattina a Formia per associazione a delinquere di stampo mafioso. Una sorta di succursale della società madre, con sede a Giugliano in Campania. Ma al momento dell’irruzione negli uffici, costituiti da due piccole stanze, hanno scoperto l’esistenza di una seconda società, la Sud Art Edil, intestata a Raffaele Dell’Aquila. È scattato immediatamente il sequestro dei locali.
Le società dei Dell’Aquila, sempre intestate a parenti stretti del caln o comunque a persone di fiducia, e diffuse su tutto il territorio nazionale (due avevano sede ache a Terracina) dopo aver individuato il terreno da acquistare inoltravano regolare richiesta al Comune di riferimento e iniziavano a costruire.
Lo avevano fatto anche a Fondi, in via Madonna delle Grazie, dove sarebbe dovuto nascere il “Parco Arcobaleno”, un condominio di trenta appartamenti.
Ad insospettire i finanzieri di Fondi, un anno e mezzo fa, fu la palese incongruenza tra il capitale della società investitrice (appena 20mila euro) e il costo del terreno (un milione di euro). Da quel momento le indagini, affiancate dalla Questura di Latina, non hanno avuto tregua. E mercoledì mattina, oltre al sequestro del Parco Arcobaleno, sono scattate le manette per undici persone, ossia il clan Dell’Aquila, successore dei Mallardo salvo il capo, latitante dal 2002, Giuseppe Dell’Aquila.
Numerosi i sequestri effettuati per un valore complessivo di 400milioni di euro.
Sigilli anche alla ex Desco di Terracina, alcuni terreni a Sabaudia e nel quartiere Q4 a Latina.

mercoledì 24 marzo 2010

Fondi fa scacco matto alla camorra

Un intero clan messo in ginocchio. Undici persone arrestate per associazione a delinquere di stampo mafioso. Tutte cadute nella ­­­rete tessuta dalla task force di finanzieri, poliziotti, investigatori del crimine e baschi verdi. Tranne uno. Giuseppe Dell’Aquila ritenuto il capo del gruppo criminale che ha sostituito il clan Mallardo già assicurato alla giustizia. E latitante dal 2002.
Un patrimonio del valore di 400milioni di euro esteso su scala nazionale posto sotto sequestro. 456 immobili, 198 terreni, 49 rapporti bancari, due imbarcazioni di lusso, 27 autovetture, due polizze assicurative e le quote azionarie di trenta società.
Un impero che abbracciava diverse regioni, dal Lazio all’Emilia Romagna alla Campania. Crollato all’alba di ieri. Distrutto. Grazie al lavoro sinergico tra le forze dell’ordine, in particolare tra la Compagnia della Guardia di Finanza di Fondi, diretta da Antonino Costa e la Questura di Latina.
Perché tutto è iniziato a Fondi. In via Madonna delle Grazie dove ieri mattina è avvenuto il sequestro di un cantiere. Un immobile destinato ad ospitare trenta appartamenti. Venduti a prezzi stracciati. Che doveva chiamarsi “Parco Arcobaleno”.
Un anno e mezzo fa furono proprio i militari di via Terruto ad insospettirsi. Perché la società (con sede a Giugliano di Napoli) che aveva avviato i lavori aveva dichiarato un capitale di appena 20 mila euro. Ma in via Madonna delle Grazie stava investendo un milione di euro. I conti non tornavano. Così gli uomini di Costa hanno passato al setaccio documenti, acquisito informazioni, attivato intercettazioni telefoniche. I sospetti sono moltiplicati. Parecchi individui, collegati fra loro, investivano somme che non avrebbero potuto permettersi stando alle loro dichiarazioni dei redditi. Nel frattempo anche la Polizia di Latina aveva avviato indagini sullo stesso filone, coordinata dal questore Niccolò D’Angelo. «La nostra indagine - ha dichiarato il capo della Squadra mobile di Latina Cristiano Tatarelli - nasce a Fondi dove avevamo attenzionato il 39enne Antonio Pirozzi». Il Comune di Fondi aveva concesso permessi a costruire nei cofronti di società collegate al Pirozzi e a Carmine Maisto, destinate a speculazioni di grosso rilievo. Così Finanza e Questura hanno unito le forze e hanno inviato alla Procura della Repubblica, ai reparti anticrimine di Roma e alla Dda di Napoli la documentazione acquisita.
Pian piano la rete ha iniziato ad allargarsi. Finché il cerchio non si è chiuso.
Lo scopo del sodalizio criminale era quello di “lavare” i soldi sporchi. Quelli provenienti, principalmente, dal traffico di stupefacenti. Così nascevano società immobiliari, intestate a dei prestanome di fiducia tutti collegati alla famiglia Dell’Aquila, che investivano nel settore dell’edilizia. L’importante non era guadagnare, come dimostra il prezzo a cui venivano venduti gli appartamenti. Ma investire.
Lo avevano fatto a Fondi con il Parco Arcobaleno e alcuni vasti terreni acquistati in località San Raffaele.
«Nessun fondano è indagato» precisa il comandante Antonino Costa. «E non è coinvolto nessun amministratore comunale». L’attività dei Dell’Aquila a Fondi era esterna. Serviva investire. E non era necessaria la collaborazione di nessun personaggio del posto. A Fondi un uomo originario di Giugliano, cugino dei Dell’Aquila, è stato perquisito e sul suo conto sono state avviate indagini per reati connessi. Insieme a lui sono indagate altre 76 persone per intestazione fittizia di beni aggravata dalle modalità mafiose. Per otto di essi, anche per associazione per delinquere di stampo mafioso. Delle trenta società immobiliari utilizzate per l’attività illecita due invece avevano sede a Terracina. Sei conti correnti intestati a personaggi partecipanti al sodalizio sono stati bloccati a Fondi.
In provincia di Latina i sequestri hanno interessato, oltre a quelli fondani, 16 terreni nel quartiere Q4 del capoluogo, alcuni immobili a Sabaudia, l’area ex Desco a Terracina e a Minturno.
Altri immobili erano ubicati in provincia di Roma (Lariano, Nettuno, Anzio) ed a Giugliano in Campania (l’Hotel Orizzonte ed il centro commerciale Orizzonte), ma numerosi sequestri sono stati eseguiti anche a Orta di Atella (Ce), Qualiano (Na), Portici (Na), Mugnano di Napoli (Na), S. Nicola Arcella (Cs) e Napoli. Interessate dai sequestri anche Capena (Rm), Cento (Fe), S. Pietro in Casale (Bo), Villaricca (Na), Acerra (Na) e Pagani (Sa), nonché immobili ubicati in posizioni esclusive a Scalea, Olbia e Ischia.
Tutta l’inchiesta è stata supportata dalla dipartimento della Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno.
«Non è escluso - fa sapere il comandante Costa - che nei prossimi giorni possano esserci altri sequestri. Ma quel che è certo è che il clan è stato debellato».
Anche se all’appello manca proprio il boss, Giuseppe Dell’Aquila, “Peppe o’ Ciuccio”.
Alle 4 di ieri mattina 280 uomini del Gico (Gruppo d’investigazione sulla criminalità organizzata) di Roma, tutti gli uomini della Compagnia di Fondi, i Baschi verdi, i militari di Formia, con l’aiuto di due elicotteri (uno dei quali dotato di fari notturni) hanno circondato la villa bunker di Giugliano di Napoli dove speravano di riuscire a stanare il latitante. «Una costruzione impenetrabile - ha commentato Costa -. Dotata di telecamere, enormi cancelli. Con l’aiuto dei vigili del fuoco abbiamo impiegato tre quarti d’ora per scardinare un infisso. La porta d’ingresso ha resistito anche alla fiamma ossidrica». Ma una volta entrati gli uomini dell’anticrimine si sono trovati in una villa disabitata da almeno un mese. «Sicuramente serve come residenza temporanea al latitante» osserva il comandante.
Le notti insonni, la tensione. la stanchezza c’è tutta. Ma la soddisfazione è impagabile. Il clan Mallardo è sradicato.



Gli undici arrestati

Antonio Pirozzi, 38enne nato a Mugnano di Napoli, residente a Giugliano in Campania (Na).
Carmine Masito, 52enne nato e residente a Giugliano in Campania.
Domenico Dell’Aquila, 45enne nato e residente a Giugliano in Campania
Giovanni Dell’Aquila, 51enne nato a Giugliano in Campania e residente a Formia
Pietro Paolo Dell’Aquila, 43enne nato e residente a Giugliano in Campania
Gaetano Abbruzzese, 51enne nato a Napoli e residente in Giugliano in Campania
Raffaele Carlino, 60enne nato e residente a Napoli
Emilio D’Alterio, 59enne nato e residente a Napoli
Domenico Petito, 44enne nato a Villaricca (Na) e residente a Giugliano in Campania
Antonio Pirozzi, 39enne a Mugnano di Napoli e residente a Giugliano in Campania
Gennaro Antonio Delle Cave, 39enne nato ad Afragola (Na) e residente a Crevalcore (Bo)